Vai al contenuto

Musica al Filo per ricordare Solomia

  • di

Si apre così un’ode scritta da Gabriele D’Annunzio nel 1916 dedicata a Solomea Krushelnytska, cantante lirica ucraina tra le più grandi di tutti i tempi e più apprezzate del XX secolo. Una voce unica, una personalità di grande spessore la resero una delle figure di spicco nel mondo della lirica, ma anche una delle donne ucraine più famose al mondo. Ancora oggi viene celebrata e ricordata come una delle personalità più carismatiche della storia del Paese, così come è immensa l’eredità che ha lasciato, sia dal punto di vista artistico che umano.
Solomea era nata a Biliavyntsi, oggi Regione di Ternopil (all’epoca regno di Galizia) in una famiglia di antiche e nobili origini. La sua famiglia era appassionata di musica: sua madre cantava in un coro e le trasmise la passione per il canto. Solomea si distingueva per la voce e il suo era un canto angelico, melodioso, che non passava inosservato. Al canto affiancò lo studio del pianoforte, fin dalla più tenera età. Solomea amava cantare e suonare, spesso anche i canti che sentiva intonare dai contadini.
Dopo gli studi al Conservatorio di Leopoli, esordì all’opera, al teatro comunale Skarbka di Leopoli, nel ruolo di mezzosoprano. Dopo i primi ruoli e le prime esibizioni, la cantante decise di andare a perfezionarsi in Italia.
A Milano divenne allieva di Fausta Crispi e debuttò come Manon Lescaut nell’omonima opera di Giacomo Puccini, prima di partire in tournée per diverse città: Vienna, Santiago del Cile, Mosca, Varsavia, Parigi, Napoli (solo per citare alcune). Agli inizi del 1900 cantò fu Aida nella sala del Conservatorio di San Pietroburgo, a fianco di Enrico Caruso al suo esordio nel ruolo di Radames. Poi sarà Amelia in Un ballo in maschera, Maria in La Resurrezione di Lazzaro di Perosi e nella stessa sera nello Stabat Mater di Rossini, Maria di Rohan di Donizetti. Tutte a fianco di Enrico Caruso e Mattia Battistini. Interpretò più di sessanta ruoli, ed era sempre la protagonista. In molti teatri italiani era conosciuta con il nome di Salomea Krushelnytska: nel 1903 al Teatro San Carlo di Napoli è Sephora in Mosè di Lorenzo Perosi, ed è la protagonista nell’opera Adriana Lecouvreur. È questo il periodo in cui amplia il repertorio con una varietà di titoli che vanno da Tristano e Isotta, Walkiria, Crepuscolo degli Dei, Mefistofele, La Gioconda, Louise di Charpentier, La Dama di Picche, e molte altre ancora. Versatile, richiestissima, Solomea era una donna e un’artista di grande fascino e modernità.
Era bellissima, colta (conosceva ben quattro lingue), molto desiderata, anche se alla fine trovò l’amore in Italia sposando un avvocato italiano, Cesare Riccioni. Pare infatti che avesse fatto strage di cuori, nel suo ambiente e non: il giovane pittore ferrarese Manfredo Manfredini si invaghì di lei, inseguendola in vari teatri e diventò pazzo per amore, tanto che dopo un tentativo di entrare nell’albergo dove la cantante alloggiava, fu arrestato e internato in manicomio, dove morì a soli 25 anni. Anche Arturo Toscanini non seppe resistere al suo fascino, ma anni dopo confidò a un amico che era stato rifiutato.
Dal 1910 in poi visse per più di quarant’anni in Italia, a Viareggio. Dopo i grandi successi internazionali, Solomea si dedicò al canto solista, esibendosi in un vasto repertorio tra cui molte canzoni popolari ucraine nelle quali lei stessa si accompagnava al pianoforte. Alla morte del marito, decise di donare la sua ricca biblioteca alla città di Viareggio e la casa all’Unione Sovietica, allora sua patria. Era il 1936 e i funzionari del regime portarono via un patrimonio di preziosi ricordi.
Morì a Leopoli il 15 novembre 1952, dopo una vita intensa e interamente dedicata all’arte. A lei venne intitolato il Teatro dell’Opera della città, fiore all’occhiello di Leopoli che vuole conservare la sua memoria di artista e di donna ucraina.